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Nutrire, appartenere, vivere

  • 5 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Poco più che ventenne e con un ettaro e mezzo di terra del nonno del fidanzato, che guarda come si guarda una creatura viva. Non dice mai “devo coltivare le piante”. Dice: “Devo coltivare il terreno”. Perché, secondo lei, è lì che comincia tutto. Non le interessa forzare le zucchine a crescere dritte come soldatini; le interessa che il suolo torni a respirare, a esistere. Che i lombrichi tornino a lavorare gratis — gli unici operai instancabili che non scioperano mai e non chiedono bonus carburante; i microrganismi del suolo sono un po’ come fossero i suoi soci fondatori. “Nutri il suolo e lui nutrirà te” non è uno slogan da packaging lucido: è una pratica quotidiana fatta di mani sporche e osservazione.

La sua idea è semplice e radicale insieme: il ciclo è completo solo quando il cibo non si limita a riempire uno stomaco, ma crea relazione. Quando le persone che mangiano i suoi alimenti sanno dove sono cresciuti. Quando si incontrano mentre lei consegna la spesa o quando la raggiungono in piazza al mercato e si fermano a parlare. Lei non vende “prodotti”. Vende stagioni. Vende attese. Vende il fatto che a febbraio non ci sono pomodori, e non è una tragedia, è la realtà. Sa bene che là fuori c’è un mondo che confeziona fragole a gennaio con fotografie perfette, rosse come semafori che non diventano mai verdi. Un mondo dove “naturale” è scritto in caratteri più grandi della lista degli ingredienti. L’agroindustria ti vende l’idea di un paradiso agricolo permanente: tutto disponibile, sempre, immacolato. È quasi poetico. Peccato che la poesia la paghi qualcun altro: la collettività, di solito. Con falde impoverite, suoli esausti, biodiversità evaporata come una pozzanghera d’agosto. E con costi sanitari che non compaiono mai nello scontrino.


Ogni tanto, però, mentre teniamo le mani sul carrello della spesa, dovremmo porci delle domande: “Se un pomodoro costa meno di una bottiglia d’acqua, chi sta pagando la differenza? E non è il supermercato.” Un po’ come dire: abbiamo inventato un sistema capace di produrre cibo in quantità mai viste, e lo usiamo per produrre cibo che non sa di niente, figlio di un sistema estrattivo e non rigenerativo, economico e non ecologico. Ma con la scusa della comodità, chi ci guadagna è esclusivamente chi vende e chi crea spot televisivi assurdi, imbarazzanti e colmi di bugie, lavati con finzioni di greenwashing: geniale, no? Avere creato un luogo dove noi crediamo che sugli scaffali si vendano alimenti, mentre stiamo solo comprando l’illusione di avere una scelta, quando i 300 tipi di biscotti, dolci e merendine presenti usano tutti sempre e solo le stesse farine, la stessa acqua sperperata e intossicata dagli stessi veleni agricoli… per cui cosa cambia? La forma, la scatola, gli additivi,  la pubblicità: quindi l’illusione.


Sul suo ettaro e mezzo, invece, la resa non si misura solo in chili: si misura in condivisione, in ricette scambiate, in grandi e bambini che scoprono come nascono le verdure — che non crescono già lavate, tagliate, precotte e tra poco anche digerite. Nessun logo, nessuna promozione “prendi tre paghi due”, solo persone che si guardano negli occhi. Per lei quello è il vero raccolto. Sa che il suo progetto è fragile. Un ettaro e mezzo non cambia il mondo. Ma cambia un pezzo di mondo. E forse è così che si fa: non combattendo frontalmente l’insostenibilità urlata, patinata, pubblicizzata con musica epica, ma costruendo silenziosamente un’alternativa concreta. Coltivare la terra come un organismo vivo. Nutrire una comunità con alimenti densi, veri, imperfetti. Creare relazioni attraverso il cibo. In un sistema che promette perfezione sterile e consegna costi nascosti, lei sceglie l’imperfezione fertile e i costi visibili: fatica, tempo, cura.


Alla sera, quando il campo si spegne nel blu, si può camminare tra le file e toccare il terreno con la punta delle dita. Non controllare le piante, ma sentire l’umidità, la consistenza, l’odore. Se il suolo sta bene, tutto il resto seguirà, e forse anche le persone. Poi arriva il buio, la notte. In un supermercato, invece, la luce resta accesa tutta quella stessa notte e così tutte le notti, consumando e inquinando per illuminare alimenti morti, nati in terre senza esistenza, che a noi sembra costino meno.


Ma questo Elena lo sa...


Cliccate qui sotto per ascoltare la testimonianza di Elena - Azienda Agricola Sottosopra


Azienda Agricola Sottosopra - Poggio San Lorenzo (RI) - tel. +39 3283140910

Spero che il mio lavoro vi ispiri affinché possiate iniziare a scegliere alimenti locali e vicini che per nascere, crescere e raggiungerci non consumino Natura ma creino buona Vita e della sana socialità.

Se questa realtà si trova nella vostra zona contattatela per comprendere in che maniera potrete servirvi delle sue risorse oppure per ispirarvi e realizzare il vostro progetto.



CHIUNQUE SIA ARRIVATO FIN QUI, ORA POSSIEDE IL GRANDE POTERE DI DARE FORZA AL PROGETTO CONDIVIDENDO IL PIU' POSSIBILE QUESTA TESTIMONIANZA, AFFINCHE' AUMENTI SEMPRE PIU' IL NUMERO DI PERSONE CHE COMPIONO LE SCELTE GIUSTE PER LA PROPRIA SALUTE E PER QUELLA DELLA TERRA.




 
 
 

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Il gesto comune che connette la salute di terre, alimenti, socialità, diritti e vita, lo dobbiamo compiere sempre più noi cittadini insieme agli #eroiditerra, i custodi delle terre sane e locali, i protagonisti di questa inevitabile e già avviata rivoluzione naturale che alla fine, o prima della fine, ci salverà. Almeno due volte al giorno dobbiamo mangiare, se siamo fortunati, quindi perché non acquistare alimenti che per nascere cercano di non consumare la salute della terra, dell'ambiente e delle persone?

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