Abbastanza è abbastanza, il resto è spreco...
- Furio Busignani

- 4 giorni fa
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Aggiornamento: 2 giorni fa

C’erano due giovani e due bambini. Il loro posto nel mondo, a un certo punto, ha smesso di avere senso. L’Inghilterra dove vivevano solitamente frenetica, veloce, per certi versi affascinante per altri estenuante, di colpo è rimasta lì, ferma sulla mappa: solo una sagoma immobilizzata in un claustrofobico girone dantesco di clausura pandemica. A un certo punto è bastato guardare più in là, o forse solo chiudere gli occhi, e davanti a loro di colpo c’era solo il Piemonte nativo: colline che hanno mantenuto tutto ciò che promettevano. Una cascina storta, muri da scalfire, mani da sbucciare, stagioni da reimparare, bimbi da reinserire.
Non sono fuggiti. Hanno scelto probabilmente senza mai aprire davvero gli occhi se non di fronte a quella vecchia cascina. Avevano capito, molto prima, in Inghilterra, che la vita non è adatta a stare sotto neon che non conoscono l’alba, né a mangiare cose che hanno viaggiato più di quanto avrebbero mai fatto i loro figli in tutta la vita. Hanno cambiato lavoro, lingua, ritmi, e hanno rimesso il corpo al centro dell’esistenza: il loro, quello dei bambini, quello della terra.
Fare i contadini oggi non è nostalgia: è un atto politico silenzioso. Rigenerare il suolo significa ammettere che abbiamo sbagliato tutto prima: la pazzia di estrarre dalla terra come da una miniera al servizio del lucro, di chiamare “efficienza” la distruzione, di dire che il cibo è economico quando il conto lo pagano i fiumi, i polmoni, le comunità. Il loro campo non produce solo ortaggi: produce tempo lento, biodiversità, fiducia. Produce clienti che non sono numeri, ma persone che mangiano e poi vivono meglio.
E qui arriva il disaccordo. Quello concreto, ruvido, poco elegante.
Perché l’industria alimentare ci racconta con la pubblicità una favola tossica: scaffali pieni, prezzi bassi, comodità totale. Ma nessuno ti dice che quel cibo ha già fatto danni prima di arrivare nel piatto. Circa 13 miliardi di euro di cibo sono lo spreco alimentare della filiera industriale italiana di produzione, trasformazione, distribuzione e commercio, secondo uno studio di Waste Watcher. Quasi la metà è cibo perso che non verrà mai acquistato, ma che comunque ha creato consumo di risorse naturali e inquinamento mostruosi. Questo accade mentre, nello stesso anno, il World Food Programme (WFP) stima che servirebbero circa 17 miliardi di dollari per rispondere ai bisogni alimentari urgenti in 74 Paesi del mondo. Mentre, nel frattempo, quegli alimenti industriali hanno sfruttato suoli fino a renderli polvere, lavoratori fino a renderli invisibili, animali fino a renderli oggetti. Hanno riempito corsie e svuotato villaggi. Hanno reso normale mangiare senza sapere cosa stai mangiando. Come direi con voce graffiata a chi è convinto che la convenienza non crei disastri che ricadono economicamente e ambientalmente su noi tutti:
“Se il tuo cibo può stare fermo mesi senza morire, forse è perché è già morto”.
In cascina, invece, ogni errore si vede subito. Se tratti male la terra, lei risponde. Se ascolti, ti insegna. I bambini crescono sapendo che una carota non nasce in un sacchetto e che il cibo è relazione, non prodotto. Che gli alimenti sono Natura dalla quale ti servi, ma alla quale devi rendere ciò che hai preso, altrimenti consumi il capitale vitale, e imparano fin da piccoli la regola della sostenibilità: restituire.
La comunità che circonda questa famiglia non compra solo verdura: partecipa a un sistema che non scarica i costi sugli altri o sul futuro. Non una famiglia di eroi; semmai sono stanchi, infangati, a volte dubbiosi, ma sono allineati. Hanno scelto di nutrire invece di estrarre, di coltivare invece di consumare, di vivere in un modo ecologico e non economico: un cammino che non chiede al mondo di pagare per la loro comodità.
E forse è questo il punto più sovversivo di tutti: mentre il sistema urla “più veloce, più grande, più economico”; ma loro, con un tono di voce normale e con le mani nella terra, rispondono: “abbastanza è abbastanza, il resto è spreco”.
Cliccate qui sotto per ascoltare la testimonianza di Azienda Agricola Pomona
Spero che il mio lavoro vi ispiri affinché possiate iniziare a scegliere alimenti locali e vicini che per nascere, crescere e raggiungerci non consumino il nostro ambiente ma creino buona salute e della sana socialità. Se questa realtà si trova nella vostra zona contattatela per comprendere in che maniera potrete servirvi delle sue risorse oppure per ispirarvi e realizzare il vostro progetto.
Azienda Agricola Pomona, Casa Ronco 36 Strada Forno S.Antonio Valcrosa - Prasco
tel. 327 678 6565
CHIUNQUE SIA ARRIVATO FIN QUI, ORA POSSIEDE IL GRANDE POTERE DI DARE FORZA AL PROGETTO CONDIVIDENDO IL PIU' POSSIBILE QUESTA TESTIMONIANZA, AFFINCHE' AUMENTI SEMPRE PIU' IL NUMERO DI PERSONE CHE COMPIONO LE SCELTE GIUSTE PER LA PROPRIA SALUTE E PER QUELLA DELLA TERRA.
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